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Auguri per tutti voi viandanti,

per ascoltare, la vita vi dia cuore

e in anni bisestili, un giorno in più amate.

Ti sei presentata,

la bella testa altrove,

parlavi e chissà cosa vedevi. 

Poi, inopportune,

come solo le lacrime san fare,

m’hai lasciato ad arginar parole.

E mi son perso tra silenzi, amicamia,

perchè le storie poi, sono banali:

nella tua danza, io

chissà dov’ero,

ma ci si perde

a cercare i nostri uguali.

Filari di parole,

a proteggerti da un vento, e

nell’abbraccio stretto, tu a dire:

sai ancora sorreggermi e stupire.

Lasciano carezze d’acqua le mie braccia,

e ti credevo forte amicamia,

ma ti credevo

e non ho imparato mai.

Parlando emerge la barriera: non voglio più che mi facciano male, per questo non mi lascio coinvolgere. E poi siete tutti uguali. Lascierei cadere il discorso nei convenevoli, facendolo serpeggiare tra immagini vuote. Poi i saluti, con l’impegno per una prossima volta, che se è avanti nel tempo non farà particolarmente male. Ed invece insisto, ribadisco che è offensivo pensare che tutto e tutti siano uguali, chiedo ragione: emerge una disillusione profonda, un male che ha devastato. Sono quasi contento di aver chiesto di più, ho paura della pavidità che frana nel cinismo, non la sopporto, è la rinuncia ad essere, fatta pagare ad altri inconsapevoli. Capisco il dolore, il ritrarsi, la paura, ma non il nascondersi e l’attacco vile. Argomento poveramente: non mi è mai riuscito di tirarmi fuori, di guardare senza partecipare. Ma le domande rimbalzano: perchè dopo un dolore, un abbandono, si rinuncia ad un pezzo di sè? E perchè costruire un riparo, che da momentaneo, diviene crosta, prigione dei nostri sentimenti e spegne la capacità di lasciarci stupire. Per alcuni il dolore della perdita schianta la speranza, impedisce al tempo di sanare, di riordinare le attese. Per altri, il dolore fortifica e aiuta a vivere più pienamente. Propongo i versi di Tristia:  

Io so la scienza degli addii, appresa

 fra pianti notturni  a chiome sciolte.

Ricordo che Osip Mandel’stam ha avuto una vita terribile, senza perderne il senso.  Ma i dolori altrui non hanno più significato: la crosta si è indurita. Resta solo la notte e un pensiero: non è che il cinismo sia il modo per far pagare qualcosa a chi non c’è più nella nostra vita? 

C’è una vischiosità che non sopporto: il dubbio pretestuoso di chi non si vuole compromettere e che si tramuta in pavidità. Per il pavido nulla è importante: viene svalutato l’oggetto del desiderio per non desiderarlo. Con l’andare del tempo, la pavidità diviene cinismo, il mondo perde colore, si invoca la norma per governare le vite. Mai più un pensiero singolo espresso: la protezione è nel pensiero medio, nella massa e nel conformismo. Il pavido teme sè stesso, i  propri slanci, rifugge l’opinione forte, preferisce il dileggio. Ci sono uomini e categorie che si rifugiano nella pavidità occulta e assistita, perchè il pavido è funzionale all’ordine costituito ed è premiato rispetto alla differenza e alla devianza. Il pavido occulto vive dell’ impunità che gli assicura il coraggio dei vigliacchi: è arrogante con chi non si difende, non attaccherà mai chi gli può togliere privilegi. In questi boni homines  non governa il timor dei , bensì la coscienza del fallimento della propria originalità. Molti di voi corrono, lavorano, si occupano di compagni, figli, hanno amori felici o interrotti, subiscono angherie, si adattano per quieto vivere o per stanchezza, ma si pongono problemi, hanno desideri, li cullano e cercano di soddisfarli. Cercate una via originale al vivere con la speranza che cambierà, in meglio. Magari non tutti i giorni, ma non respingete il diverso, sperate e vivete. I cinici, i pavidi non sperano, non possono far a meno del natale perchè rinnova l’illusione di cambiare. Per chi ha coraggio di vivere, natale è tutto l’anno ed è quella piccola conquista, quel sorriso soddisfatto su cui si appoggia un altro passo. Quasi quasi, fondo la lega per l’abolizione del natale e con questo concludo gli auguri.

Parlo a Voi che venite a trovarmi, ma ascolto quello che ho dentro: non si scappa da sè stessi e il proprio passato è pesante o leggero a seconda da dove lo si guarda. In questo mi immagino ogni mattina, miles, per affrontare le mie battaglie, le passioni, le tristezze. Quando si lotta, il resto passa in secondo piano, ma c’è il bisogno di raccogliersi, la necessità di riposo, di calore, di amore condiviso. Capisco e pratico lo star da soli quando serve, andare al mare o a camminare in montagna, per sedimentare, capire, lasciare che la natura e la fatica ritmata riportino le cose alla loro dimensione. Comunque non se ne andrà la nota di basso che conoscete, ma con quella ho imparato a vivere e non mi impedisce di essere felice, solo più consapevole. Anzi adesso faccio fatica ad immaginarmi senza quella nota, perchè è la mia vita: l’unica opera a cui tengo, con tutti i suoi errori, le fatiche inutili, i sogni spazzati via, gli amori interrotti e dolorosi ma è la stessa vita in cui ogni giorno mi costruisco, faccio, spero, amo, provo entusiasmi. Tanta routine, obblighi, ma quanta fantasia posso mettere per essere nuovo ogni giorno. Auguro a tutti quelli a cui pesa il natale, me compreso, di essere fedeli a noi stessi, di essere di nostra proprietà,che ogni giorno ci sia una speranza. Che chi ci vuole bene non ci voglia per sè e che accetti di condividere. Gli affetti non si dividono, si ricompongono nel posto più vicino che conosciamo: non siamo mai distanti dentro di noi. Auguri a noi tutti, quelli che vorremmo ricevere, quelli che ci servono.

Parlo al plurale perchè vi riconosco, amiche e amici di passioni. Leggo, in me e in voi, la difficoltà del natale e delle sue convenzioni devastanti, l’ insofferenza che ci accumuna e l’ essere da altra parte. E in questi giorni con mio figlio, capisco che natale è, dove c’è qualcosa di importante. Ogni giorno noi cerchiamo chi ci fa stare bene e ogni giorno pensiamo alla felicità. Non siamo buoni una volta all’anno, noi, magari un pò rompipalle e sognatori, ma con la voglia di cambiare. Vi auguro di riconoscere come siete cambiati affrontando la vita, di quanto belli e consapevoli siete ora. Nel prenderci in mano, abbiamo tenuta stretta la dignità. Trasgressivi per continuare a sognare e fedeli a noi stessi nel lasciarci  prendere dalle passioni. Leggendovi, sento la meraviglia che nasce da voi nello scoprirsi vivi, capaci di amare, consci di una diversità nuova.  Casa or è dove si vive: dove viviamo adesso, dov’è la nostra casa? Di sicuro una casa è dentro di noi, bella e accogliente, le altre sappiamo dove sono e  se ci mancano è segno che amiamo, siamo in grado di uscire dall’apatia, che il futuro non ci è nemico. La mia testa di marinaio pensa al porto che verrà, alla terra che non si muove e dopo vorrà ancora il mare: è la mia vita. Ciò che ho, nessuno me lo può togliere e mi accompagna sempre, ma non mi accontento. Bentornati marinai, oggi gran pavese, tante bandiere colorate da esporre al vento: i nostri sogni belli.

Auguri a tutte le dame e ai cavalieri che non hanno paura della vita, della follia, della passione, della sofferenza, della felicità, della battaglia.

QWillyuesta storia dello spirito del natale non la sopporto più. Persi i riferimenti religiosi, non resta nulla oltre alla massa che si sposta tra negozi, famiglie, convenzioni, vacanze, regali. Molto vero, molto finto privo di impegno. A chi dovrei sentirmi vicino, alla signora Moratti che lascia i bambini fuori dalle scuole? Ai sindaci che non iscrivono all’anagrafe i residenti senza reddito adeguato? Ai teocon che negano le convivenze? Ai boni homines che pensano che la morte sul lavoro è fisiologica? Ai pavidi addobbati che si nascondono dietro l’impunità? A chi non ha mai voluto davvero cambiare qualcosa? Ai cinici professionisti, che tanto tutto è uguale? A chi non sente più la miseria come un problema da affrontare? Non mi piace questa compagnia e allora basta, non rispondo agli auguri senza senso, lascio che pensino ciò che vogliono di me e cammino con chi capisce che si cambia ogni giorno, con fatica, passione e amore. 

attesa.jpg

è un processo dinamico: raccogliersi, essere raccolti, raccogliere. Nessuno lascia mai nessuno veramente, non fosse che per quel ricordo che torna in tutte le modalità della quiete e della furia. C’è calma intorno e come spesso mi accade di notte, ascolto il silenzio esterno. E’ bello pensare che il giorno si sta rinnovando. Con noi, se vogliamo.

Al bar li osservo da distante: io con il mio caffè e loro che parlano ai miei dubbi. Ragazzi, adulti, la voce prima alta, poi zittita, lei  piange, il silenzio, gli occhi si abbassano. Sono partecipe: leggo un vuoto di pensieri: ” vorrei fosse finito già, vorrei essere da un’altra parte”, davanti c’è disperazione: ” già mi manchi e sarà sempre peggio”.  Si è interrotta una possibilità, una vita da vivere.

La casa di fronte, stanotte, ha una porta con una luce che illumina niente e nessuno, solo la notte, ma spezza la solitudine, la paura del buio che c’è intorno. La verità di un amore finito è un peso che non si può evitare: la luce si spegne e allora non c’è più nessuna scusa, solo asimmetria di sentimenti. A volte ricomincia, quasi sempre è inutile: si è già rotto tutto. Non ora, ma prima, quando non ci si è capiti, quando non si è voluto vedere. Succede di lasciare. E’ pesante: mi racconto che è peggio di essere lasciati, perchè bisogna dire che un percorso si è concluso. Ma sarà poi vero, che questa vita interrotta non continuerà a deviare percorsi?. Per avere una vita nuova, si paga subito; il pensiero tornerà su ciò che non è stato, ma sarà solo un attimo: la vita è quella che abbiamo in mano.

Succede di lasciare, sto lasciando.

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