Linko alla mia salute e di tutti quelli che non si accontentano

 

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Certe mattine sono il sole e il fresco nell’ombra che taglia la stanza.

Certe mattine sono il profumo delle brioches che sale dal vicolo.

Certe mattine sono un abito di lino verde, seduto a guardare da un tavolino di bar.

Certe mattine sono la voce che non vorresti chiudesse la telefonata.

Certe mattine sono l’odore dell’inchiostro di giornale e le parole piantate per crescere.

Certe mattine sono lo sberleffo della notte, che non lavi dal viso.

Certe mattine sono la finestra dimenticata aperta, la prima luce del giorno sul letto, un canto d’allodola.

Certe mattine sono la vita che vuoi rovesciare, il sangue che scorre, la corsa per ridere.

Certe mattine sono l’ allegria dei calzoni a righe e non t’importa se ti penseranno un vecchio pazzo.

Certe mattine sono il ricordo delle mattine che non ti piacciono, gettato a far cerchi nell’acqua.

Certe mattine sono l’ odore del fresco tra gli alberi, mentre sei sul sellino della bici di tua madre.

Certe mattine sono l’odore del sapone delle docce, gli schizzi della piscina che non vedi, le grida d’acqua e d’allegria.

Certe mattine sono l’ombra che ritaglia il fresco dal sole e pettina la pelle.

Certe mattine sono una sdraio che attende, un libro nella borsa, l’asciugamano a righe che ti piace da sempre.

Certe mattine sei tu che saluti e neppure ascolto le parole pensando che mi piace la tua voce.

Certe mattine pensi che sei un dio mentre la schiena si allunga ed appoggi il piede sul tappeto.

Certe mattine canti e la musica riempie, guardi e i colori dipingono, ascolti e non hai udito mai.

Certe mattine cammini sicuro e sorridi a un pensiero.

Certe mattine resti a letto perchè non  è ora.

Certe mattine ti alzi prestissimo perchè fuori c’è la vita.

Certe mattine sai cosa fare e lo fai.

Certe mattine ti senti felice e non ti interessa quanto dura.

Certe mattine è estate e non è mai stato così vero.

Certe mattine…  

Il ministro delle comunicazioni si presenta davanti alle reti unificate. L’annuncio è in quella busta che tiene in mano. Gli operatori lo sanno e mettono a fuoco. La busta viene alzata verso gli obbiettivi, mentre il ministro scuote i capelli tinti azzurro/verde, il colore del partito del governo. Si ferma il chiacchericcio, resta solo il ronzio di fondo dei generatori. Schiarisce la voce, addita la busta, formato legal e mostra l’intestario: è il presidente dell’esecutivo.

” Questa è l’ultima lettera cartacea che sarà consegnata dal servizio pubblico…” racconta i motivi economici, l’esaltazione della tecnica che ha eliminato lo scrivere su carta,  il risparmio energetico conseguente. ” da oggi la parola Poste scomparirà dagli uffici della comunicazione, verranno smantellate le cassette e strutture stradali stradali. Gli immobili non necessari alle attività tecnologicamente evolute saranno ceduti a privati. Il ricavato diminuirà il debito pubblico dei pronipoti. Sorride. Non ci sarà un ultimo postino, perchè io stesso, come officiale di posta dimissionario, consegnerò la lettera al presidente.”

Qualcuno ricorda i francobolli scomparsi da anni, fioccano le domande sul futuro, una prevale: cosa è scritto nella lettera?

“Cari signori questa lettera contiene il decreto di fine del servizio postale e che altro dovrebbe contenere?

Le voci si spengono assieme agli obbiettivi, mentre il ministro va a consegnare la lettera.

Nello stesso giorno, anziani cittadini, giovani indocili danno inizio ad un servizio di posta cittadina con collegamento tra le principali città.

La polizia scheda i partecipanti al servizio, sequestra le lettere che vengono decifrate senza restituzione. La protesta è difficile perchè l’ultima lettera contenendo il decreto che abroga la corrispondenza elimina il diritto alla segretezza della stessa.

Nostante le difficoltà, il servizio continua. Vengono organizzati corsi segreti di scrittura e calligrafia. Una manifestazione con cartelli viene duramente repressa. Il movimento moleskine nato a difesa della comunicazione scritta ritorna in piazza silenzioso, con cartelli bianchi privi di scrittura. I cartelli  sono sequestrati ed affidati agli esperti per la decrittazione.

A seguito delle turbolenze dei facinorosi, il ministro dell’interno, in una conferenza comunicativa, annuncia che per la tutela del diritto di parola è vietata la scrittura, se non in modica quantitità e per stretto uso personale. I servizi di posta privati sono illegali, le pene per i trasgressori sono severe e comminate per direttissima. Le persone malate che manifestano dipendenza dalla scrittura e dalla comunicazione scritta, anche non in flagranza di reato di posta, possono, su autodenuncia personale, ricorrere ai servizi di riabilitazione comunicativa  correttiva. Nei servizi sono attivati, a seconda della gravità dei casi, percorsi individuali e collettivi di pensiero condiviso, ideazione di massa, formazione alla comunicazione fungibile.

La scrittura e il servizio postale passano in clandestinità.

 

 

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Sono inciampato nella sera, sul monte sopra Austis e lì ho atteso che la notte salisse dal basso. Dai confini vaporosi del lago Amodeo, dalle luci che si accedevano a Teti, da un accenno di bagliore verso Nuoro, la notte si è fatta strada traboccando. Schiuma morbida a scalare i monti mentre copriva la macchia, fitta come velluto, di lecci, roverelle, lentischi.  Con grazia. Mani d’alberi impastavano colori e contorni e lievitava, la notte, gonfiando l’aria di umori, quelli indimenticabili della sera a sud. Da queste parti il pane si fa a mano, si stende, si fa lievitare, si riimpasta, di nuovo lievita e infine si cuoce, si taglia a mezzo, si ricuoce. Il carasau nasce così, chissà se ha a che fare con la pazienza della notte?

Il cielo ha difeso a lungo la sua luce,  rimestando con i venti in quota, il grigio e il rosso in continue spirali di ballo.  Si è lasciato sedurre solo quando dal monte opposto è apparsa la luna. Luce contro luce, ma quella nuova col colore della notte l’ha vinto, soggiogato, posseduto.

Erano quasi le 10, quando la magia si è ripetuta e in un silenzio senza fine, nè respiro, la luna è sorta, poi  i primi fruscii di animali, le pecore e il richiamo a scendere verso il paese.

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Esiste un nuovo genere che è molte cose assieme: romanzo, saggio, felleiton, satira, vaticinio. Parlo degli articoli dei giornali spesso negletti dalla quotidianità. Non è un genere che si dissolve, anzi dopo una settimana è superata l’attualità ed emerge la società. Naturalmente ciò non vale per tutti, ma c’è molto in un quotidiano e quest’estate  ne porterò con me una quantità dell’ultimo anno. Molti li leggerò per la prima volta, perchè, è giusto si conosca questa perversione, io i giornali li compro , ma non li leggo, riservandone la lettura a quando si potrà. Leggere un giornale con il senno di poi permette libertà di ragionamento impensabili: si sa come andrà a finire. L’autore viene ricondotto in un ambito più umano e fallace ed emergono i migliori, quelli che hanno capito, previsto, agito e sono questi gli autori del romanzo del presente. Provate a pensarci, questi ci raccontano la realtà, quella che vediamo con altri occhi e la uniscono al resto che ci è precluso. Così la loro realtà diventa quella vera, molto più della nostra. E non è questo il pregio delle storie verosimili, cioè quello rappresentare una realtà possibile da lasciar al posto della miseria del reale, fatto di smentite, ritrattazioni, silenzi e parlar d’altro?

Chissà dov’è finita la maggioranza silenziosa? Forse nei quadri aziendali spazzati via dalle crisi, oppure tra i sottoufficiali di quella borghesia ormai priva di significato che affolla sportelli bancari e uffici postali a inizio mese? Sono un esercito di spettri, vestiti di tweed di pregio con giacche due bottoni, che passano accanto mescolando lavanda e naftalina, ti volti, ma sono solo ricordo, non esistono più. Anziani che hanno perso l’identità con la dissoluzione dell’azienda, occupano appartamenti con polvere cementata ai parquets, vivono tra vecchi elettrodomestici, nipoti cresciuti, la frau nell’angolo. Abbarbicati alle mezze luci, già nel rampantismo non capivano più il mondo, oggi sono nonni buoni per nipoti distanti e adulti. Lasceranno appartamenti in ex periferie, alloggi in Liguria e ai lidi Ferraresi poco utili alle vacanze d’oggi: li compreranno i russi o la gente dell’est. Sono stati divorati da una società bulimica che neppure si sforza di abbattere i paradigmi, semplicemente li ignora e passa oltre.

Eppure sonostati importanti, neppure tanto tempo fa: i 32.000 alla marcia della Fiat sconfissero Berlinguer e la Cgil, la decadenza della sinistra iniziò in quel giorno, ma di Berlinguer si parla ancora con nostalgia, di loro, artefici di maggioranze politiche e del berlusconismo, non si dice più nulla. Sono stati ingoiati dal bulimico presidente che li ha trasformati nel pensiero marmellata, equamente distribuito ovunque e nulla di quello che avevano difeso, perbenismo e morale compresi, esiste più nella logica del governare e ancor più spesso nel vivere.

” E’ vero che le relazioni tra noi sono sopraffazione e antropofagia, perchè la legge del desiderio è un canone spietato e la seduzione è un potere non negoziabile; è vero che il nostro codice nascosto esalta le differenze, quelle peggiori, di natura, tra chi è forte e chi no, e che siamo esclusione, diversa, ma esclusione. Però facciamo esperimenti. E quando l’esperimento fa paura, batti le strade note di chi ti ha preceduto, la vergogna, le bugie, la finzione. …”

Luca Rastello: Piove all’insù. Boringhieri

E’ raro che lasci tracce delle mie letture, ma questo libro mi è piaciuto assai e credo possa piacere ai torinesi, quelli che hanno tra i 40 e i 50 anni, che forse trovano qualche traccia perduta in questi anni. A me, che torinese non sono, ha rievocato nomi, situazioni, analisi vissute con occhi più vecchi e forse per questo meno mature. Ma non è un libro per una città e forse neppure per una generazione, racconta come ci si perde oppure no. Per caso e per vocazione.

Potrei raccontarti della morbidezza di luglio, dei vestitini di cotone e delle scollature a balconcino, potrei dirti dei reggiseni lenti e dei corpi teneramente dondolanti. Potrei parlarti delle cannottiere a costine, dei calzoni senza tasche, a zampa d’elefante. Ti intratterrei sulle espadillas di corda, sulle superga bianche, sui costumi coi laccetti, sulle argentine sfilacciate, zuppe di sudori e voglie. E racconterei di motorini con le teste ribassate, di unghie nere di morchie di catena, di zoccoli prima del dottor scholl, di sabbia abrasiva tra le dita in sandali mendaci. Vietnamiti dicevano e non era vero, ma Giap vinceva gli americani che ancora non capivano. Anche gli ebrei in sei giorni vincevano le guerre  e la pace non sarebbe venuta in 40 anni.  Questo l’avremmo capito tutti molto dopo. In spiaggia arrivava l’eco di Praga, chi aveva visto ponte Carlo parlava del teatro delle ombre, delle birrerie dove si scambiavano desideri, libertà raccontate, simpatie, amoretti tra birra non pastorizzata e ristoranti con il vecchio nome francese del servire il cibo: buffet.  La piscina teneva banco in città, con il cloro a larghe mani per disinfettare incontinenze allegre, tornavamo con gli occhi rossi di lupi in bicicletta, ma prima c’era l’odore dell’acqua di canale tra naso e bocca. Tuffo in fiume e poi in piscina, per un coraggio che quel bikini a pois rossi non vedeva mai. Bastava socchiudere gli occhi, lasciarsi abbronzare mentre un disco seguiva l’altro. Sempre gli stessi sino a diventare rumore di fondo. Sabati al mare su schiuma d’acqua senza goletta verde, l’attesa del fresco della sera, il buio, le paure di crescere e di restare al palo.

La scossa venne con uno sciacquio d’acqua, poi sabbia a correre sul muro, e il tempo rallentava con il pavimento che non stava fermo. Mia madre andò nel posto più pericoloso della casa, e comincio ad urlare i bambini, i bambini, abbassando la voce che diventava lamento. La guancia le fece male per giorni, ma non c’era altro modo per smuoverla e neppure vide la mia mano. 

Quella sera mi venne a mente mio padre che  tranquillo diceva, chissà che venga il terremoto. Intendeva per abbattere le superbie, ma non era così. Anche lui lo sapeva. A questo pensavo mentre scendevo gradini instabili e spingevo tutti. Era appena iniziata la notte e sarebbe stata lunga. Mesi e mesi fino ad oltre l’inverno, con l’impotenza di far finta di niente, aspettando finisse.

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